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lunedì 7 luglio 2014

La Primavera di Praga, la storia e Guccini che entrano nel cuore

 Praga, agosto 1968: 750.000 soldati e 6.000 carri armati del Patto di Varsavia invadono  la Cecoslovacchia e reprimono il tentativo di costruire un «socialismo dal volto umano». 


 Paolo DE MARCHI
 Quella primavera insanguinata. La Primavera di  Praga
 tratto da: Il Timone, settembre/ottobre 2003, n. 27, p.  22-23. 




 Sono passati ormai trentacinque anni dalla  fine della cosiddetta Primavera di Praga, ma  l'anniversario non sembra aver suscitato  particolare emozione, come si conviene - nella  tradizione del "politicamente corretto" - a  qualsiasi evento che possa sembrare un  modo per suscitare sentimenti anticomunisti.

 Ma che cos'è stata la Primavera di Praga? Soprattutto i più giovani possono, oggi, avere le idee confuse al riguardo, o addirittura ignorare l'avvenimento. Può essere utile dunque ripercorrere per sommi capi le tappe di quanto è successo.

La Cecoslovacchia - dopo il colpo di stato del 1948 che aveva portato al potere i comunisti - era rimasta fino agli anni '60 un tranquillo membro del Patto di Varsavia, cioè una di quelle «democrazie popolari» che nulla avevano né di democratico né di popolare e ove vigeva un regime ferreo e ottuso di stretta osservanza sovietica. Ma all'inizio degli anni '60 entrarono nel partito comunista cecoslovacco alcuni personaggi portatori di un'ideologia riformista, che mirava a uscire dalla crisi sociale e dalla stagnazione economica restando sì nel sistema politico socialista, ma emancipandolo dalla dipendenza sovietica e dalla burocrazia centralista. Sostenuti dalla élite intellettuale, costoro iniziarono una battaglia cui, nell'ottobre 1967, aderirono con entusiasmo gli studenti: senza luce e al freddo non si poteva studiare.

La svolta avvenne nel gennaio del '68 quando, durante i lavori del Comitato centrale, il primo segretario del partito comunista cecoslovacco (che come in tutti i regimi sovietici era l'uomo più potente del paese, e che allora era Novotny) fu costretto a dimettersi e a lasciare la carica a Alexander Dubcek, allora oscuro segretario del partito comunista slovacco.

Cominciavano così i mesi della grande utopia, come è stata chiamata, o della grande illusione: i mesi cioè in cui si sperò - contro ogni speranza - che fosse possibile dar vita a un "socialismo dal volto umano". Cambiano tutti gli uomini al potere (intorno a Dubcek, Cernik diventa primo ministro, Svoboda presidente della Repubblica, Smrkowsky presidente dell'Assemblea nazionale), vengono introdotti elementi di pluralismo economico e politico, la censura è soppressa, si cerca di riformare l'economia, abbandonando il centralismo e l'industrializzazione forzata (il solito mito marxista-leninista che tanti danni e lacrime ha portato ovunque). Anche la Chiesa si fa sentire e l'arcivescovo di Praga, l'eroico e indomito card. Tomasek («iurium humanorum strenuus defensor» sta scritto sulla sua tomba a Praga: strenuo difensore dei diritti umani), chiede lo scioglimento del Movimento dei preti per la pace (il solito organismo creato per motivi propagandistici dai comunisti quando vanno al potere) e lancia l'Opera di rinnovamento conciliare: così rinasce la stampa cattolica e lo Stato cessa ogni ingerenza nelle questioni ecclesiastiche.


Ma non poteva durare. Il processo di liberalizzazione allarmò pesantemente i dirigenti sovietici, che videro nella Primavera di Praga - giustamente, dal loro punto di vista - una malattia contagiosa, e dunque una minaccia per gli altri regimi comunisti.
Dubcek cercò in tutti i modi di rassicurare i sovietici, ma si illudeva. Dai verbali segreti delle riunioni del Patto di Varsavia (pubblicati sul n. 4/98 de «La nuova Europa») emerge chiaramente la preoccupazione di tutti i membri del Patto.


carri armati russi, prague, czech republic"Dobbiamo difendere la Cecoslovacchia - si legge - e con essa difenderemo anche tutto il blocco socialista". E così, nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968 (quando, come scrive Dubcek nelle sue Memorie, "era inconcepibile pensare che nel giro di poche ore i carri armati sovietici ci avrebbero assalito"), le truppe del Patto - 750.000 uomini e 6000 carri armati - invadono la Cecoslovacchia e mettono la parola fine alla Primavera di Praga. Dubcek, con altri esponenti politici, viene sequestrato e portato al Cremlino dove, nel tentativo di ammansire i sovietici, finisce per sottoscrivere, il 26 agosto, un accordo (il cosiddetto diktat di Mosca) in cui la priorità è data alla "lotta contro le forze antisocialiste". Comincia così il ritorno all'ordine: vengono evitate le sollevazioni popolari, anche se non mancano fatti tragici, come il rogo di Jan Palach, uno studente ventunenne che il 19 gennaio 1969 si diede fuoco nella piazza Venceslao di Praga per protesta contro l'occupazione sovietica. Ma la "normalizzazione" è in marcia, grazie anche all'abile manovra chiamata la "tattica del salame", con cui viene disgregato il gruppo che faceva capo a Dubcek, prima allontanando Smrkovsky, poi dividendo Cernik da Dubcek e Dubcek da Svoboda.
Dopo di che la strada è in discesa.

Dubcek viene sostituito da Husak come primo segretario del PCC nell'aprile del 1969, poi espulso dal Presidium (in settembre, dopo le manifestazioni antisovietiche suscitate dalla vittoria della squadra di hockey ceca contro quella sovietica), quindi obbligato a dimettersi dal Comitato centrale nel gennaio 1970 e infine, dopo pochi mesi come ambasciatore ad Ankara, espulso dal PCC il 26 giugno 1970 (tornerà visibile, come presidente del parlamento, dopo l'89, per morire nel ‘92 in un incidente automobilistico). Gli intellettuali e gli studenti sono ridotti al silenzio, la polizia riprende il suo occhiuto potere, la censura torna a dominare, viene largamente praticata la denigrazione e la calunnia verso i personaggi più noti (che cosa non si è scritto, in quegli anni, contro Prochaska, contro Havel - che dopo l'89 diventerà presidente della Repubblica contro Pelikan e tanti, tanti altri?). Insomma, la Cecoslovacchia torna all'ovile, e dovrà aspettare vent'anni per riassaporare - con la "rivoluzione di velluto" del novembre 1989 - la libertà.
Ma questa è un'altra storia.



silenzio vivo, repressione, prague
In conclusione si può dire, come ha scritto Renzo Foa, che "il tempo, di solito prodigo di risarcimenti morali, non è stato generoso con Dubcek e con i «comunisti riformatori», che hanno finito per essere due volte sconfitti: in quanto riformatori (da altri comunisti) e in quanto comunisti (dalla storia)". Ma il comunismo è quello che è: esso non è in alcun modo riformabile, e la vicenda della Primavera di Praga ne è un'ennesima, drammatica conferma.


Resta però il fatto che "la realtà del comunismo è profondamente radicata nei cuori", e che "il cambiamento delle strutture, del regime, non è ancora il cambiamento del cuore e della mentalità: molti, ancora adesso, agiscono sotto l'influsso di questa mentalità, anche senza rendersene conto": così, con amarezza, ha constatato il Card. Vlk, arcivescovo di Praga in un'intervista a «Avvenire» del 20 agosto 1998.

Gavrilo Princip: Tra comicità e verità

"Avevano tra i 16 e i 20 anni, erano rivoluzionari dilettanti. A sparare a Francesco Ferdinando fu uno di loro, Gavrilo Princip. Quell'attentato gettò il mondo nel baratro di un conflitto costato trenta milioni di morti."



Dai suoi due spari, come conseguenza, discesero trenta milioni di morti macellati nel più grande conflitto armato cui il mondo avesse mai assistito. E tutto nacque in serate passate in stanza tra amici, in pomeriggi pigri con mani dietro la nuca e occhi a fissare il soffitto, senza nemmeno i soldi per il tabacco e il vino. La storia è raccontata in Una mattina a Sarajevo di David James Smith, appena pubblicato dalla LEG, piccola, coraggiosa casa editrice goriziana. Smith racconta che negli anni precedenti all'attentato nacque un'organizzazione politico-rivoluzionaria denominata Mlada Bosna (Giovane Bosnia), che aveva come obiettivo la liberazione dall'Impero austro-ungarico. Uno dei suoi membri, il carpentiere musulmano Mehmed Mehmedbasic, aveva progettato di uccidere il generale Oskar Potiorek, governatore di Bosnia ed Erzegovina, ma quando fu annunciata l'imminente visita a Sarajevo dell'erede al trono d'Austria, il suo compagno Danilo Ilic lo convinse a cambiare bersaglio: Francesco Ferdinando sarebbe stato una vittima di maggior valore. Per raggiungere un obiettivo così alto però bisognava trovare armi e uomini. Ilic reclutò allora il suo compagno quasi ventenne di stanza, Gavrilo "Gavro" Princip, che a sua volta chiamò Nedeljko (Nedjo) Cabrinovic, operaio anarchico 19enne, e un altro amico di letture, Trifko Grabez, studente diciottenne con il sogno ossessivo di vivere in una nazione slava a cui avrebbe immolato il suo sangue.


  •  I motivi

Il legame tra loro? I libri che si scambiavano, l'odio per l'aquila asburgica, la voglia di vedere uno stato slavo indipendente e un generica inquietudine al pantano politico sociale che vedevano. Le bombe e le pistole vennero fornite da varie società segrete che, come la Mlada Bosna, covavano odio nei confronti degli Asburgo ma non avevano alcun progetto vero di riforma sociale né di insurrezione: volevano sostituire gli uomini voluti dagli Asburgo ai vertici delle istituzioni con i loro. Seppero quindi sfruttare la vampata di rabbia e temerarietà di questi studentelli e operai.


  •  Come è veramente andata: tra realtà e paradosso

Il 28 maggio, Gavro, Nedjo e Trifko partirono da Belgrado con le loro armi per Sarajevo, dove, dopo un viaggio difficile e rischioso, trovarono ad aspettarli altri compagni che nel frattempo si erano uniti al gruppo complottista: Vaso e Cvjetko, studenti rispettivamente di diciassette e sedici anni. Il 27 giugno, fu Danilo a dare disposizioni: consegnò una bomba e una pistola ciascuno a Vaso e Cvjetko e, basandosi sull'itinerario previsto per la sfilata imperiale, assegnò a entrambi una postazione sul lungofiume. Verso sera incontrò Mehmedbasic al caffè Mostar: diede anche a lui una bomba e le istruzioni necessarie. Quella stessa sera Gavrilo era a una festa di studenti ma non si divertì, raccontarono i testimoni, assorto nei suoi pensieri. Non dava confidenza a nessuno, si isolava.



La mattina del 28 giugno Nedjo, Trifko e Gavrilo si incontrarono con Danilo alla pasticceria Vlajnic, all'angolo del lungofiume Appel, come da programma. Qui i ragazzi ricevettero il cianuro: dal principio, infatti, era stato chiaro che, attentato riuscito o meno, il suicidio sarebbe stato l'ultimo gesto dei congiurati, in modo da proteggere tutti i complici e le organizzazioni coinvolte. Nedjo, con la sua bomba in tasca, fece un gesto tenero, a dimostrazione di come fossero tutti dei ragazzini, andò in uno studio fotografico e si assicurò che gli scatti realizzati fossero poi spediti alla nonna, alla sorella e agli amici di Belgrado, Zagabria e Trieste. Si diresse subito dopo verso la postazione assegnatagli, tra la sponda austroungherese del fiume e il ponte, in un punto dove sperava di poter uccidere l'arciduca senza ferire nessuno tra la folla. Alle 10.15 circa il corteo di automobili imperiale passò davanti a Mehmedbasic ma questi, bloccato dal panico, nemmeno provò a fare qualcosa. A quel punto fu Nedjo a lanciare una bomba, che però mancò la vettura dell'arciduca ferendo gli occupanti di quella successiva.


         Il cianuro deteriorato..

Subito dopo aver lanciato, Nedjo ingoiò il cianuro e si gettò nel fiume, ma il veleno si era deteriorato e gli avrebbe causato in seguito solo qualche scarica di diarrea, ed essendo in quel punto l'acqua del fiume bassissima, si bagnò solo fino al ginocchio, sopravvisse comicamente a entrambi i tentativi di suicidio e fu arrestato. Incredibilmente la cerimonia non fu annullata, le misure di sicurezza dell'epoca erano l'esatto contrario di quelle di oggi.


    .. e  una ridicola difesa urbana 

delitto di francesco ferdinando, sarajevo, 1914, gavrilo principDopo la bomba, l'arciduca mantenne i suoi impegni, l'auto degli eredi al trono proseguì quindi verso il Municipio per un incontro con il sindaco di Sarajevo. L'unica precauzione che la polizia asburgica e la scorta dell'arciduca presero fu di deviare il percorso del corteo. E fu proprio questa decisione ad essere fatale. Gavrilo, dopo aver inizialmente pensato che Nedjo avesse avuto successo, comprese invece che l'arciduca era ancora vivo e si portò nei pressi del Ponte Latino, dove stava per passare la vettura imperiale. Qui avvenne però qualcosa di imprevisto: il generale Potiorek capì che il corteo stava erroneamente percorrendo l'itinerario originario e quindi fermò l'auto e chiese all'autista di manovrare per continuare attraverso il lungofiume. Per compiere questa manovra, la vettura si fermò proprio davanti a Gavrilo che incredulo di avere dinanzi a sé gli eredi Asburgo estrasse subito la Browning di fabbricazione belga che aveva in tasca e sparò due colpì: il primo su Francesco Ferdinando, centrato alla spina dorsale; il secondo (destinato a Potiorek, secondo quanto disse poi Gavrilo al processo) sull'arciduchessa Sofia.


    La pena e le conseguenze 

Subito dopo aver sparato ingurgitò il cianuro, ma anche la sua dose era deteriorata. Così cercò di spararsi con la pistola, ma fu bloccato dai presenti, che lo tennero fermo a calci e pugni fino all'arrivo della polizia.

L'assassinio, tutt'altro che inevitabile, era riuscito: alle 11.30 le campane di tutte le confessioni religiose di Sarajevo suonavano all'unisono annunciando la morte di Francesco Ferdinando e di Sofia, eredi al trono austroungarico. L'Austria presenterà un mese esatto dopo l'attentato dichiarazione di guerra alla Serbia. Al termine del processo, Gavrilo non chiese perdono, ma concluse il suo intervento con queste parole: "Noi amavamo il nostro popolo". Gli fu risparmiata la pena capitale per via della giovane età, così come prevedeva la legge. Venne condannato a vent'anni di lavori forzati, con la pena suppletiva di un giorno di isolamento in una cella buia ogni 28 giugno e un giorno di digiuno al mese. Fu rinchiuso nel carcere ceco di Terezín, dove visse in condizioni pessime fino alla sua morte, sopraggiunta per tubercolosi ossea il 28 aprile 1918. Pochi mesi dopo la sua morte si concluse anche il grande conflitto mondiale scatenato dal suo gesto, che aveva messo in ginocchio e ridisegnato l'Europa. Gavrilo Princip fu considerato un eroe da alcuni, un fanatico sbandato da altri, un ingenuo perché aveva ucciso proprio Francesco Ferdinando che, a differenza di suo zio Francesco Giuseppe, aveva in programma di concedere maggiore autonomia alla Serbia e ai popoli slavi in genere.



È strano scoprire che tutto nacque dall'inadeguatezza di ragazzi poco più che adolescenti, che amavano la lettura e sognavano una società più giusta. Dopo quell'attentato molti giovani si arruolarono per andare a combattere in trincea, a cercare la fine gloriosa, in nome delle rispettive patrie. In realtà trovarono solo orrore, pidocchi, fango e crudeltà. Nessuna redenzione dal male, nessuna vita vera. Princip non generò nessun mondo migliore.
-DA REPUBBLICA